CAPITOLO 15 La sera era ormai calata. Le luci della città erano accese, le piazze e le vie illuminate. I lampioni si riflettevano sulla superficie del fiume che attraversava la città, come un flusso argenteo e placido, insofferente alla frenesia e alla festa. La piazza era la zona più popolata dai ragazzi. Su un lato facevano mostra di se grandi casse da cui fuoriusciva musica a volume molto alto. Quella era una delle poche notti all’anno in cui tutti erano autorizzati a ridere e scherzare per le vie fino a tarda ora, era la notte bianca di Legnano. Ste, Dani, Ka e Pedro sedevano su un muretto in un angolo della piazza, osservando qualche skater che provava le nuove rampe. << Ragazzi, io vado, mi sembra di aver visto Alessia … >> disse ad un tratto Pedro con un sorriso ebete, dileguandosi tra la folla. << Ecco, l’abbiamo perso … è impossibile ritrovarsi con tutto sto casino … >> bofonchiò Ka sorseggiando una birra e passandola poi a Dani. << Già … lo vedrò domani mattina a casa … >> concordò il ragazzo, bevendo un sorso della bevanda ghiacciata. << Sì … ma … Ste, quella non è Irene? >> chiese Ka indicando una ragazza poco lontana. Ste si sporse per vederla. << Sì … e c’è anche Simone … >> << Non la lascia mai sola eh? >> commentò Dani. Ste si rabbuiò, seguendo con lo sguardo la ragazza. << Vai >> Si voltò verso Ka. << Cosa? >> chiese perplesso. << Vai da lei! Parlaci, conoscila meglio, falle vedere che ci sei! >> spiegò il ragazzo. << Ma c’è Simone! >> protestò Ste. << E che vuoi fare? Nasconderti per sempre? Lei non ama Simone e poi non stai facendo niente di male, solo un po’ di conversazione! Anzi, guarda, si sono separati … lui è con quei coglioni dei suoi amici … vai! >> Con una spinta, Dani fece scendere giù dal muretto Ste, che gli rivolse un ultimo sguardo preoccupato, ricambiato da un sorriso incoraggiante. Il ragazzo si fece forza e cercò di avvicinarsi a Irene, senza perderla di vista tra la folla. Cosa doveva fare? Parlargli come aveva detto Dani? Ma Simone? No, la cosa non lo convinceva, non lo convinceva proprio per niente. Stava per voltarsi e tornare indietro, quando si trovò accanto a Irene. I loro sguardi si incrociarono. Di nuovo quei brividi di freddo e paura. Un sorriso spontaneo. << Ciao … >> salutò Ste. << Ciao! >> rispose Irene allegra << Come … come va? L’hai superato l’esame? >> chiese. << Oh … sì … tu? >> Ste la osservò. Quella sera indossava un paio di jeans, una maglietta rossa e una kefiah attorno al collo. Le luci dei lampioni brillavano nei suoi occhiscuri, i capelli le coprivano una parte dell’occhio e le scendevano sulle spalle, ma erano leggermente più corti del solito, li aveva tagliati. “ E sei ancora più bella … “ pensò Ste, meravigliandosi di come riuscisse a cogliere ogni cambiamento e ogni dettaglio di quella misteriosa e magica ragazza. << Superati anche io … >> disse Irene distogliendolo dai suoi pensieri. << Bene! >> si complimentò Ste. Non aveva dubbi. << Per fortuna che è finita anche la scuola … adesso tre mesi di libertà … >> Perché era tutto così spontaneo? << Già, non ne potevo veramente più … >> rise la ragazza. << Cosa fai quest’estate? >> << Non so ancora … qualche settimana di vacanza, poi di nuovo in tour credo … >> << Non è stressante? >> domandò Irene. << Un po’ sì … ma le sensazioni che si provano sul palco ripagano tutto … sapere che tutta quella gente è lì per noi … è fantastico, indescrivibile … >> spiegò Ste sorridendo. << Già, deve essere meraviglioso … >> << Tu non hai un gruppo? >> chiese il ragazzo. << Sì, … ma non siamo famosi, ci esibiamo nei locali … chissà, magari prima o poi saremo sullo stesso palco … >> esclamò Irene. << Magari … sarebbe bello … >> concordò Ste. Seguirono alcuni istanti di silenzio. Non era un silenzio imbarazzante, anzi. La musica che usciva dalle casse terminò e un uomo salì si un piccolo palco rialzato che Ste non aveva notato prima.
CAP 16 << Signori e signore, ragazzi e ragazze … adesso abbiamo una piccola sorpresa per voi … un gruppo ha accettato il nostro invito a questa festa. Sono qui per movimentare la serata i … Something Corporate! >> le parole del presentatore furono accolte con urla e applausi. << Wow, un gruppo decente a Legnano! >> esclamò Irene. << Strano eh? >> fece Ste ridendo. La band salì sul palco e iniziò a suonare. La canzone era “Punk Rock Princess”. << E’ bellissima questa canzone … >> disse Irene. Ste annuì. << Andiamo? >> chiese accennando allo spazio sotto il palco. Irene rise. << Ok … >> I due si fecero spazio a fatica tra le massa di persone e finalmente giunsero in prima fila. Lì ragazzi e ragazze cantavano spensierati.
“ Maybe when the room is empty Maybe when this bottle's full Maybe when the door gets broke down love can break in Maybe when I'm done with thinking Maybe you can think me whole Maybe when I'm done with endings this can begin This can begin, this can begin
You could be my punk rock princess I could be your garage band king You could tell me why you just don't fit in And how you're gonna be somethin' “
Le note si mischiavano all’aria frizzante della sera d’inizio estate. I pensieri erano lontani, le preoccupazioni come bloccate da un muro invisibile. Non esisteva un ieri, non esisteva un domani, c’era solo quel momento e le emozioni che portava. Le parole erano verità finalmente confessate, la musica nettare essenziale, quella era vita. Quello era amore. Le loro labbra si avvicinarono, si scontrarono, si lambirono. Stesse sensazioni, stessi brividi, stesso cervello assente.
“Maybe when your hair gets darker Maybe when your eyes get wide Maybe when the walls are smaller there will be more space Maybe when I'm not so tired Maybe you can step inside Maybe when I look for things that I can't replace I can't replace, I can't replace “
C’era voluto tempo per capire cosa li legava, nemmeno in quel momento lo sapevano del tutto, ma non importava. Era qualcosa che non si poteva rimpiazzare con un amore falso, tirato avanti con fatica, non si poteva rimpiazzare. Poco importava se dopo sarebbero stati guai per entrambi, perché quello era il momento. Il loro momento. Finalmente era arrivato. Musica, passione, amore, emozione, sentimento, tutto scorreva velocemente, come la canzone che stava per terminare, la voce che concludeva il pezzo, le labbra che ancora non si staccavano.
Anche l’ultimo pezzo era terminato, il gruppo scese dal palco e la folla cominciò a disperdersi. Ste e Irene si guardarono sorridendo, le mani unite, mentre la magia svaniva, i pensieri e le preoccupazioni tornavano a bussare alla porta, il cervello si ricollegava magicamente, come dopo un black out. << E adesso? >> chiese Irene. << Non lo so … Simone? >> domandò Ste. Non aveva voglia di fare quella domanda. << Simone … ci siamo lasciati … questo pomeriggio, mi ha seguito quando sono venuta qui per distrarmi, voleva che tornassimo insieme … ma lui non mi ama veramente e nemmeno io … ora so cosa voglio … >> spiegò la ragazza, concludendo la frase guardando negli occhi il ragazzo che la guardava basito. Si erano lasciati? Ste non riusciva a crederci. Era accaduto tutto da solo, come se prima o poi sarebbe dovuto succedere. Sentì una felicità spigliata impadronirsi del sui corpo. << Mi dispiace … >> mormorò cercando di non sorridere, saltare e urlare. Irene rise. << Non dire cavolate … >> disse prima di baciarlo nuovamente. Com’è che faceva quella canzone italiana che aveva tradotto qualche giorno prima? “ E finalmente so cos’è ciò che chiamano felicità … è desiderare tutto quello che si ha … “
CAPITOLO 17 << Allora ragazzi, queste sono le date! Che ve ne pare? >> chiese Claudio Cecchetto, il loro produttore, guardandoli speranzosi. I Finley sedevano su un divano davanti a lui e osservavano i fogli che l’uomo gli aveva appena consegnato.
<< Che figata! Quanti concerti! Peccato che torniamo giusto in tempo per l’inizio della scuola … >> Ka terminò la frase con uno sbuffo, facendo ridere l‘uomo. << Belle date! Gireremo un bel po’ … per me sono perfette! >> esclamarono Dani e Pedro posando il foglio sul tavolino. << Ste? >> chiese Claudio osservandolo. << Anche per me vanno bene! >> fece il ragazzo sorridendo. << Allora siamo a posto! Partiremo il sei luglio per Roma, poi in giro per tutta Italia con il tour bus! >> spiegò Claudio. << partiamo già la prossima settimana … >> notò Ste. << Sì, mi spiace di avervi avvertiti così tardi ma abbiamo avuto molto lavoro in questo periodo…>> << Ma va, è perfetto! >> esclamò Ka sorridendo. << Sì … perfetto … >> ripetè Ste. Era felicissimo di partire per il tour, ma sapeva cosa sarebbe significato. Non avrebbe visto Irene per settimane.
Un ragazzo e una ragazza camminavano per strada mano nella mano. Il tramonto illuminava i loro volti di una luce arancio e rosa, proiettava le loro ombre nere e lunghe. << Cos’hai? >> chiese Irene guardando Ste << E’ da quando sei tornato dall’incontro con Claudio che sei pensieroso … >> Ste la guardò. Si perse nei suoi occhi scuri, per quanto non gli avrebbe fissati? Osservò i suoi capelli castani, per quanto non gli avrebbe accarezzati? Guardò la sua pelle pallida e perfetta, per quanto non l’avrebbe sfiorata? Deglutì il groppo che gli si era formato in gola. << Ire, ti devo dire una cosa … >> cominciò. La condusse a un muretto, su cui si sedette. La ragazza fece lo stesso. << Cosa? Mi fai preoccupare … >> Il ragazzo le strinse la mano, sorridendo malinconicamente. << Oggi … Claudio ci ha dato la lista delle date per il tour … >> Sentì Irene irrigidirsi << La prima è sabato prossimo … dobbiamo partire venerdì e … beh, torneremo a inizio settembre … >> Irene si guardava le scarpe. Due mesi … alzò il viso. << Benissimo, sono contenta per voi … >> esclamò ostentando felicità. Poi si accorse che non sarebbe riuscita ad ingannare il ragazzo. << Insomma io … sapevo che sarebbe arrivato questo momento io … lo sapevo quindi … >> balbettò, mentre le lacrime spingevano ai lati degli occhi per uscire. Ste la abbracciò stretto, sentendola sciogliersi sulla sua spalla e imponendosi di essere forte, almeno quella volta, almeno per lei. << Ehi … vedrai che riusciremo a vederci … in qualche modo … >> cercò di consolarla. << Come Ste? Come? >> chiese lei, la voce soffocata dalla maglia del fidanzato. << Potresti venire a qualche concerto … oppure in una pausa cercherò di venire io … te lo prometto, ci vedremo, non voglio passare due mesi senza di te … >> Irene si asciugò le lacrime e sorrise al ragazzo. << Sì, hai … hai ragione … in qualche modo faremo … e poi … beh, mi ci dovrò abituare ad avere un fidanzato girovago … >> rise. << Sì, credo proprio di sì! >> sorrise Ste, felice di veder ridere Irene. Si stupì di quanto ormai fosse importante la ragazza nella sua vita. Se non la vedeva per più di uno o due giorni impazziva, cominciava a dare i numeri più del solito, diventava isterico. Come avrebbe fatto senza di lei? Sì avvicinò e la baciò dolcemente, sempre tenendo la mano intrecciata alla sua. << Ti amo … >> mormorò quando si staccarono. << Anche io … >> Parole leggere e fragili, ma allo stesso tempo forti e indelebili come quel graffito nero, come il dolore che lo aveva formato. Perché l’amore supera tutto. Tutto.
bellaaaaaaaaaaa *-----* ogni tanto mi rifaccio viva anche qua XDDDD ahsua ashua maccheccarini ste e ira peccato che adesso se non per qualche pausa e se ste non ci riesce non si vedono per due mesi ...
CAPITOLO 18 Il boato del pubblico è forte, fortissimo. Nel backstage i tecnici corrono veloci per correggere gli ultimi dettagli. Frenesia, adrenalina, terrore, felicità, ansia, eccitazione, le sensazioni sono un miscuglio incomprensibile. Le luci psichedeliche che si accendono, le urla dei fan che aumentano ancora, “ un minuto! “, conto alla rovescia degli organizzatori, le corde fredde del basso che si scalderanno in un attimo, la voce che sembra sparita, quella strana irritazione nel vedere Dani, Ka e Pedro che scherzano tranquillamente, per niente ansiosi o preoccupati come me. Claudio che si avvicina, “ dai ragazzi, che siete grandi! Spacccate tutto! “, una pacca sulla spalla, ultimi incoraggiamenti, sguardi colmi di eccitazione, si va. Le luci mi abbagliano, il fumo artificiale mi sale fino agli occhi per poi perdersi nell’aria fredda. E’ incredibile come la mia timidezza sparisca una volta salito sul palco. Ragazzi e ragazze sono lì per noi, in quei momenti capisci che non puoi essere una merda, vorrei conoscerli tutti, non posso, ma loro conoscono me. Qualche particolare mi rimane impresso, so che non lo scorderò mai: una sciarpa, un polsino, una voce, una macchina fotografica, una lacrima. Fino a qualche anno fa c’ero anche io lì sotto, a vivere delle emozioni regalate dalla musica. Il solo pensiero di poter essere io a donare quelle emozioni agli altri mi fa rabbrividire. Dalle espressioni degli altri capisco che provano ciò che provo io. Dopo i saluti si attacca con Grief. Le mie dita si muovono automaticamente sul basso, la voce mi esce dalla gola senza che debba fare niente. E’ tutto così incredibile, tutto così … meraviglioso. Ho il tempo di guardarmi intorno e pensare un po’. Guardò Ka e scopro che anche lui mi sta guardando. Ci scambiamo un sorriso in stile “macazzotirendicontodicosasiamoarrivatiafare”, adoro il modo in cui riusciamo a comprendere cosa sta pensando l’altro, la nostra telepatia. E’ una delle poche persone che mi sono sempre stato accanto, una delle pochissime con cui mi confido e di cui so di potermi fidare. Se non fosse stato per lui non so dove sarei. Mi volto verso Dani e rido vedendolo agitarsi dietro la batteria. E’ sempre a suo a agio sul palco, prima di uno spettacolo è rilassato come pochi … vorrei proprio sapere come fa. C’è una strana complicità tra noi due, siamo simili e diversi, ma riusciamo a comprenderci sempre. Ci siamo sempre l’uno per l’altro, Dani è una di quelle certezze incrollabili, so che ci sarà sempre per me. E io ci sarò sempre per lui. Pedro è appena davanti alla batteria, che canta concentrato, forse un po’ intimorito. Mi sta troppo simpatico. Forse è così solo per me, mi maledico mentalmente, sento la mancanza di una persona che mi ha picchiato e trattato da schifo. Eppure Simone era Simone, ricordo tutti i pomeriggi passati a chiaccherare, ridere, credevo non ci saremmo mai separati ma è successo e adesso non posso non provare un po’ di dolore a ricordare tutto ciò che è stato. Me lo sarei dovuto aspettare, mi dico a volte. Ma non ci si può aspettare certe cose, non dalle persone a cui tieni. E’ accaduto di nuovo però. Appena abbasso le difese e mi fido di qualcuno, questi mi frega puntualmente. Non è la prima volta, eppure il dolore è sempre lo stesso. Scuoto la testa, non ci devo pensare.
Irene guidava sulla strada che conduceva a Roma.. Aveva preso la patente da poco ed era felicissima perché adesso sarebbe stato molto più facile vedere Ste. Sorrise, canticchiando sulle note di Veleno che uscivano dal lettore cd.
Termina Grief, il boato si fa più forte, bevo un sorso d’acqua dalla bottiglietta lanciatami da un tecnico e mi preparo per la canzone seguente. Veleno. L’ho scritta io.
Il nuovo album dei FINLEY, “Tutto è possibile”, era uscito il giorno prima. Questo le faceva provare uno strano senso di … fierezza, fierezza per quel bassista che era il suo ragazzo e per i suoi amici. Sarebbero arrivati in alto, molto in alto, ancora di più di dove erano ora. Svoltò a destra e vide un grande cartello verde con una scritta bianca: ROMA e una freccia che indicava sinistra. Era quasi arrivata, ancora pochi minuti e avrebbe visto il suo amore. Forse si sarebbe anche gustata un pezzo di concerto, dopotutto erano solo le dieci e mezza.
Attacco con il ritornello, sentendo il dolore pungere il mio cuore. Ma questa volta provo un’altra sensazione. E’ come se un peso mi scomparisse dall’anima, come se cantare quelle poche parole mi aiutasse a metabolizzare. Credo che prima o poi riuscirò a cantarla tutta e questo è un inizio. Vedo Ka che mi osserva, una punta di preoccupazione nello sguardo. Gli sorrido e lui ricambia. Ma durante quell’ “Veleno” tanto vero quanto crudo, qualcosa va storto. Quella sensazione di libertà provata fino a qualche istante prima sparisce, lasciando il posto a un forte dolore. Un flash di luce per un attimo si sostituisce al pubblico che canta, due fari spiccano in un nero fitto …
Distolse per una frazione di secondo lo sguardo dalla strada, per poi riportarcelo subito dopo.
La voce scompare, le mie mani rallentano, perdo pericolosamente il tempo. Quando il mio sguardo torna normale riesco a riprendere le note per un pelo, Pedro e Dani mi guardano preoccupati, domandandomi durante la parte strumentale se sto bene. Annuisco a fatica, so che loro non ci cascheranno.
Due fari venivano verso di lei. Il terrore la impietrì, mentre quelle luci la abbagliavano, sempre più vicine, sempre più assassine… un flash, veloce, un ragazzo che suona il basso…
CAPITOLO 19 Terminata la canzone Pedro si avvicina a me con la scusa di prendere una bottiglietta d’acqua. << Ste stai bene? >> mi chiede togliendo il tappo di plastica bianco. << Più o meno … >> rispondo io prendendo la bottiglia che mi passa. << Vuoi che ci fermiamo un attimo? >> << No, tranquillo, tutto apposto … >> dico sforzandomi di sorridere. << Ok … >> Torna al suo posto, dobbiamo ricominciare. Osservo la scaletta che tengo sotto il piede. E’ il turno di Sirene. Quella melodia malinconica da un lato mi rilassa, dall’altro sembra aggravare il peso che da alcuni minuti ho sul cuore. Ma che succede?
<< Grazie Roma, buonanotte! >> esclamò Pedro al microfono. I FINLEY scesero dal palco salutati da urla e applausi. Si diressero subito nel camerino, seguiti da Claudio e dallo staff vario. << Grandi ragazzi, complimenti! >> esclamò l’uomo abbracciandoli uno ad uno. << Sì sì, siamo grandi! Troppo forti! >> si congratulò Dani aprendo una lattina di coca cola e lanciandosi sul divano. Pedro si voltò verso Jo. << Tutto bene? >> chiese sorridendo. << Sì! >> rispose Ste prendendo una bottiglietta d’acqua. Non era del tutto vero, sentiva ancora una strana sensazione, una brutta sensazione. Dopo una doccia veloce e qualche chiacchera, i 4 salirono sul taxi che sostava appena fuori dal palazzetto e che li avrebbe portati all’hotel. Ste appoggiò la testa al finestrino, cercando di distrarsi. Il suo pensiero corse subito a Irene. Quello era stato l’ultimo concerto prima di una pausa, quindi avrebbe potuto rivedere presto la ragazza. Sorrise inconsciamente, felice. Gli mancava molto, non immaginava nemmeno che sarebbe stata così dura senza di lei. In pochi minuti arrivarono all’albergo. Scesero e corsero nell’edificio, scansando le folle di fan impazziti. Entrati nella hall tirarono un sospiro di sollievo: ora li attendevano solo i loro letti. << Ragazzi che sonno … io vado subito in camera! Notte! >> salutò Dani sbadigliando e dirigendosi verso la camera singola che aveva vinto dopo una combattuta lotta di cuscini. Ka e Pedro presero la chiave della stanza alla reception e assieme a Ste cominciarono a salire le scale con l’energia di un bradipo rintronato. << Scusi, lei è Stefano Mantegazza? >> chiese una voce maschile dietro di loro. Ste si voltò, credendo di vedere un fan assillante, ma incontrò lo sguardo di due agenti della polizia. Basito, scambiò un’occhiata con KA e Pedro, altrettanto stupefatti. << Sì, sono io … >> rispose poi scendendo qualche scalino in direzione dei due uomini. << Bene, allora potremmo parlarle un attimo? >> domandò cortese l’agente più alto. << Certo >> Ste si avvicinò agli uomini. << Ti aspettiamo? >> chiese Pedro. << No andate … ci vediamo su … >> I poliziotti si diressero in un angolo appartato della sala, seguiti dal ragazzo. << Le dobbiamo comunicare una notizia … >> cominciarono << Lei conosce Irene ********? >> Ste annuì, l’angoscia al massimo. Cosa le era successo? << Beh … mi spiace ma la ragazza ha avuto un incidente … questa sera, si stava dirigendo qui in città >> Ste rimase immobile, l’impressione di cadere in un baratro senza fine. Incidente? Irene? No … << No >> ripetè ad alta voce. << Mi dispiace. Abbiamo chiamato lei perché il suo numero era scritto su un bigliettino nel portafoglio della ragazza … >> << Come sta? >> Ste interruppe l’agente. I due uomini fecero un attimo di silenzio. << E’ grave >>